QUINTA DOMENICA DI PASQUA

(Ciclo C)

 

 

Atti degli Apostoli 14,21-27

Apocalisse 21,1-5a

Giovanni 13,31-33a.34-35

 

La liturgia di oggi è un canto nei confronti della novità che la Pasqua del Signore crea nella storia; novità, della quale la Chiesa è "segno e strumento" (Concilio Vaticano II). L'esistenza della comunità cristiana, animata dai suoi pastori a vivere fedelmente il vangelo in mezzo alle prove della vita (prima lettura), è il gran segno e l'anticipazione storica del cielo nuovo e della terra nuova tra gli uomini (seconda lettura); e questo soprattutto per mezzo della capacità di vivere il "comandamento nuovo" del signore, sintesi della nuova alleanza fondata nell'amore di Gesù per l'umanità (vangelo).

 

La prima lettura (At 14,21-27) corrisponde ai versetti conclusivi del racconto, nel libro degli Atti degli Apostoli, del primo viaggio missionario di Paolo. La comunità di Antiochia aveva inviato in missione Paolo e Barnaba (At 13,2-3). Terminata la missione, nel loro viaggio di ritorno ad Antiochia, gli apostoli visitano le città appena evangelizzate: Derbe, Listra e Iconio (14,21). In ognuna di queste città realizzano tre azioni apostoliche, orientate a fortificare la vita di fede delle nuove comunità: esortano, designano presbiteri e celebrano una liturgia di commiato.

(a) L'esortazione (14,22) era parte fondamentale del compito dell'apostolo, che con essa animava i cristiani a rimanere fedeli alla fede del vangelo di Cristo, conducendo una vita conforme alle esigenze tracciate da Gesù. Luca riassume l'esortazione degli apostoli, in una specie di sommario: "...è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio". Questo non significa che la sofferenza sia un valore in se stesso nel cristianesimo. Per Luca, "sofferenza" è sinonimo di fedeltà a Dio. Nel Nuovo Testamento, la frase: "è necessario" indica qualcosa che entra nei piani di Dio. Nel vangelo di Luca, in effetti, il Signore Risorto spiega ai discepoli di Emmaus il disegno divino dicendo che "era necessario che il Messia soffrisse tutto questo per entrare nella sua gloria" (Lc 24,26). Le sofferenze dei cristiani, come quelle di Gesù, sono il prezzo della fedeltà alle vide di Dio. Viste da questa prospettiva evangelica, le tribolazioni e le prove della vita quotidiana, il peso della propria debolezza e le persecuzioni sono fonte di fortezza e di speranza, autentico cammino che conduce alla gloria.

(b) La designazione dei presbiteri (14,23a) costituisce un'ulteriore azione fondamentale nella formazione delle nuove comunità. Con il termine greco generico di presbyteroi, Luca indica gli "anziani", cioè i responsabili e gli animatori di ogni chiesa, incaricati di vigilare sulla crescita nell'amore e nell'unità della fede di tutti i fratelli, ad immagine della Chiesa madre di Gerusalemme.

(c) La liturgia di commiato (14,23b) non era solo un rito di confermazione dei presbiteri, ma un'autentica celebrazione liturgica che serviva a fortificare la fede dell'intera comunità. Attraverso questa celebrazione si rivela il valore che nella prima comunità aveva la preghiera comunitaria e il digiuno, e la coscienza posseduta dagli apostoli che il vero pastore della Chiesa è il Signore stesso. Con poche parole, Luca sintetizza il valore spirituale di questa liturgia conclusiva dell'impegno evangelizzatore: "dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto". I fratelli vengono raccomandati a Cristo, il Pastore, l'unico che può garantire un futuro alla comunità.

 

La seconda lettura (Ap 21,1-5a) ha al suo centro la frase di Dio, "seduto sul trono", che dice: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (v.5). Il verbo "fare" appare al presente, indicando così che l'azione rinnovatrice di Dio è già cominciata nella storia, anche se raggiungerà la sua pienezza nel momento finale, nella manifestazione del "nuovo cielo" e della "nuova terra" (v.1). Superate tutte le forze storiche e sociali negative; distrutta Babilonia, la città simbolo del male; annullati i potenti che incarnano le forze dell'anti-regno e neutralizzata ogni radice demoniaca nella storia, appare finalmente il punto finale  della storia della salvezza, la Gerusalemme perfetta, "pronta come una sposa adorna per il suo sposo" (v.2b). Al centro della nuova creazione vi è la nuova Gerusalemme. In essa, la Shehinah, la presenza di Dio nel Tempio, sarà totale e abbraccerà tutti i salvati. L'Arca, il Tempio, l'incarnazione di Cristo nella "tenda" del suo corpo, si fondono in pienezza e rappresentano la realizzazione completa del nome "Emmanuele", "Dio-con-noi", assunto da Cristo e che qui riempie l'intero orizzonte del cosmo e dell'umanità: «ed egli sarà il "Dio-con-loro"» (v.3). Superata la morte, eliminata ogni lacrima e ogni sofferenza, si arriva alla rinnovazione messianica di tutto, in una comunione totale ("faccia a faccia") con Dio, in una pienezza di vita individuale e comunitaria (vv.4-5).

 

Il vangelo (Gv 13,31-33a.34-35) è la conclusione della scena del tradimento di Giuda, che abbandona il cenacolo di notte (Gv 13,30). Gesù commenta l'episodio parlando del suo destino che incomincia ora a mostrasi più chiaramente: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito" (Gv 13,31-32). Gesù parla di una glorificazione, che nel lessico del vangelo di Giovanni indica l'esaltazione pasquale di Cristo morto e risorto, fonte della nostra salvezza. Sulla croce del Figlio dell'uomo si manifesterà la gloria, la doxa-kabód biblica, cioè la massima presenza di Dio Altissimo in mezzo all'umanità e la massima manifestazione del suo potere salvifico in favore degli uomini.

La glorificazione produrrà, tuttavia, una "separazione" tra Gesù e i suoi: "Figlioli, ancora per poco sono con voi" (v.33a). I discepoli dovranno vivere uniti a Gesù in un modo diverso rispetto a come avevano vissuto fino ad allora. Già non potranno più seguire il maestro, se non attraverso la gloria della sua croce. Per questo Gesù li prepara alla nuova esperienza di una vita marcata dalla fede. E' in questo momento in cui fa loro un "dono": "Vi dò un comandamento nuovo". Un dono che rivela l'unico cammino per il quale i discepoli potranno seguire Gesù e mantenersi in comunione con lui: il comandamento nuovo dell'amore.

Giovanni parla di "comandamento", ma non utilizza la parola greca nomós, che indica una norma esteriore o un codice legale, ma il termine entolé, che fa riferimento alla rivelazione della volontà di Dio che diventa ineludibile per l'uomo. "Vi dò un caomandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,34-35). Gesù dirige queste parole ai suoi per mostrare loro l'unico cammino che conduce alla vita. Non comanda loro di amarsi affinché siano soltanto più buoni ma affinché siano pienamente umani.

E' un comandamento "nuovo" perché rappresenta la sintesi della nuova alleanza, fondata nell'amore di Gesù per l'umanità; in quanto riproduce l'amore di Gesù che ha amato i suoi "fino alla fine" (Gv 13,1) ed è segno ed anticipazione dei cieli nuovi e della terra nuova, meta di tutta l'umanità.

E' un amore "reciproco" ("gli uni gli altri") che produce un dinamismo di vita e di comunione per mezzo del quale nessuno è superiore ad un altro ed ognuno ha bisogno dell'amore dell'altro.

E' un amore "alla misura di Cristo" ("come io vi ho amato"); un amore nel quale viene superato l'ideale di amare il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22,39). Gesù invita ad amarci "come (kathós) io vi ho amati", cioè con la stessa intensità e totalità di donazione di Cristo, il Figlio di Dio. La particella greca kathós, tuttavia, non indica solo comparazione ("come io vi ho amato"), ma anche conseguenza; pertanto, la frase si può anche tradurre: "perché io vi ho amato". L'amore cristiano non è solamente modellato sull'esempio dell'amore di Gesù, ma è preceduto e animato dall'amore di Gesù, fonte inesauribile dell'amore fraterno. Santa Teresina del Bambin Gesù diceva: "Sì, lo so! Quando sono caritatevole, è unicamente Gesù che agisce in me. Quanto più unita sto a lui, più amo tutte le mie sorelle" (Ms C 12v).

E' infine un amore che "ci identifica di fronte al mondo". L'amore per i cristiani è la migliore carta d'identità e la testimonianza più vive ed  efficace del passaggio del Figlio di Dio in mezzo a noi.