XXIV DOMENICA

 

 

Il vangelo (Lc 15,1-3.11-32) ci mette di fronte al mistero della misericordia del Padre, per mezzo delle tre parabole della misericordia di Luca. In esse si narra l'esperienza della riconciliazione dell'uomo con un Dio che "non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva" (Ez 18,23). Gesù ha raccontato queste parabole per dar ragione del suo comportamento con i peccatori. Mentre i farisei e i maestri della legge si mantengono a distanza dai peccatori per fedeltà alla Legge (si veda per esempio ciò che dice Es 23,1; Sal 1,1; 26,5), Gesù va con loro, e con loro mangia e beve e fa festa (Lc 15,1-3). Ciò che colpisce nei maestri della legge non è che Gesù parli del perdono che viene offerto al peccatore pentito. Molti testi dell'Antico Testamento, infatti, parlano del perdono divino. Ciò che sorprende radicalmente è la forma in cui Gesù agisce. Egli invece di condannare come fecero Giona e Giovanni Battista per esempio, o esigere sacrifici rituali per la purificazione come facevano i sacerdoti, mangia e beve con i peccatori, li accoglie e apre loro un orizzonte nuovo di vita e di speranza in modo gratuito. Questo è ciò che le parabole vogliono descrivere; il loro obiettivo primario è mostrare fin dove arriva la misericordia di questo Dio che Gesù chiama "Padre"; una misericordia che si riflette e si fa concreta nella condotta di Gesù di fronte ai peccatori.

 Le due prime parabole pongono l’accento sulla gioia che Dio prova di fronte alla conversione di un peccatore. Nella prima, la pecora smarrita si perde “fuori”; nella seconda, la dramma si perde “dentro” . I vicini e i lontani hanno bisogno di essere cercati e trovati da Dio. “Tutti hanno peccato” (Rom 3,23) dirà infatti Paolo. Gesù proclama la gioia di un Dio che cerca l’uomo per portarlo alla vita. Quella pecora e quella dramma hanno soltanto una cosa in comune per cui sono oggetto dell’amore misericordioso di Dio: la pecora e la dramma erano perdute!

La terza parabola è nota come “parabola del figlio prodigo” (vv. 11-32). Il racconto inizia con il figlio minore che chiede la parte di eredità che gli spetta e se ne va di casa (v.12). Si tratta di un fatto legale, attraverso il quale il figlio esercita un suo diritto (Dt 21,15-17). Luca non insiste tanto nelle motivazioni per le quale il figlio se ne va di casa, né nella moralità o nella legalità della richiesta dell'eredità. Nel racconto ciò che interessa di più è sapere che il figlio fece cattivo uso di quella ricchezza e che giunse ad una situazione limite di miseria e di morte a causa sua: "...sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto" (v.13). Egli è il responsabile di ciò che gli succede, riceve ciò che egli stesso si è andato a cercare. La carestia che colpisce quella regione in cui si era ritrovato complica di più la sua situazione ed è allora quando cerca di fare qualcosa, fino ad arrivare a desiderare di mangiare "le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava" (v.16). Allora riflette: "Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni" (vv.17-19).

            E' servito molto inchiostro per presentare la riflessione del figlio minore come modello di pentimento. Leggendo, però, attentamente il testo, in questo monologo vi è poco di pentimento e di confessione del male commesso e molto di calcolo e interesse. In realtà egli vuole ritornare per mangiare come i garzoni della casa di suo padre. Nel migliore dei casi, le sue parole sono ambigue e lasciano insoddisfatti coloro i quali si aspettavano una conversione e un pentimento seri della sua vita così disordinata. Il narratore ha voluto lasciare i lettori con i loro dubbi, circa la retta intenzione del figlio che ritorna. Precisamente qui è il punto centrale del paradosso della parabola. Il narratore non si fa illusione con certi discorsi di conversione, e in nessun caso vuole proporre come modello di pentimento questo figlio che non ritorna né mosso dall'amore per il padre, né confessando umilmente i suoi errori. La parabola non vuole descrivere l'itinerario di una conversione, ma presentare la sorprendente reazione del padre quando il figlio ritorna e la forma in cui interpreta questo suo ritorno a casa.

            Quando già è vicino a casa, "il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò" (v.20). Il figlio, che ha preparato con attenzione il suo discorso, comincia a parlare ma non termina. Il suo discorsetto rimane incompleto. E questo è importante. Il narratore della parabola vuole insistere nel fatto che il padre non ha bisogno delle candide parole che il figlio ha preparato per correre, abbracciarlo e baciarlo. Non sono le parole del figlio che determinano la condotta del padre. In questo momento la figura del padre riempie tutta la scena. Il contrasto è fortissimo, tra l'atteggiamento calcolatore del figlio e l'amore incommensurabile del padre. Il padre, dice il testo, "si commosse" (in greco: splangnízomai, "commuoversi delle viscere materne"). La tenerezza del padre ha la sua origine nel più profondo del suo essere. Il padre è tenerezza. Non si dice niente delle reazioni del figlio, in quanto a questo punto interessano poco. Tutta l'attenzione del lettore si deve centrare nella figura di un padre fuori del comune, eccezionalmente misericordioso ed eccessivamente tenero e amoroso. Un padre che non ha aspettato il grido di pentimento del figlio per correre e abbracciarlo e baciarlo. Infatti, la parabola non si propone di descrivere ciò che significa essere figlio, ma vuole rivelare fino a dove arriva la paternità di Dio.

            Il figlio minore non solo trova da mangiare, come uno dei garzoni di suo padre, ma torna ad avere tutto con eccesso: anello, sandali, festa... Tutto è frutto della gioia paterna. Una gioia che ha una sola spiegazione, una spiegazione che nella parabola giustamente è il padre che la dà: "Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (v.24). Il padre non pronuncia mai la parola "peccato". Più che alla offesa ricevuta con l'allontanamento del figlio, pensa alle conseguenze che ciò ha provocato per suo figlio, pensa nella morte che minacciava di privarlo di questo suo figlio. Il discorso del padre non fa nemmeno assolutamente allusione alle motivazioni ambigue che spinsero il figlio a tornare. Per il padre ciò che conta è solo che il figlio ormai è lì, che lo ha recuperato e che ora potrà vivere e gioire insieme a lui. In realtà, il padre non ripudiò mai il figlio, in quanto la filiazione non stava condizionata dai suoi meriti. Per il padre il passato del figlio non conta, e nemmeno il futuro. Non lo giudica per quello che ha fatto, né esige da lui niente in cambio. Ciò che conta è la vita del figlio. Ora egli vive, insieme al padre; lontano da lui, "morirebbe di fame".

            La parabola si conclude facendo allusione al "figlio maggiore", che non abbandonò mai la casa e che quando ritornò il fratello, stava proprio lavorando nei campi del padre (v.25). La festa che celebra il ritorno del figlio minore è cominciata quando il maggiore ancora è nel campo. La festa è stata organizzata esclusivamente dal padre; ha la sua origine e il suo senso  nella misericordia del padre. Al figlio maggiore rimane solamente la scelta di unirsi a quella festa o rifiutarsi d'entrarvi, a secondo se accetti o no la decisione misericordiosa del padre. Il figlio maggiore, tuttavia, pensa solo in se stesso. Egli è l'unico punto di riferimento. Riassume la sua condotta descrivendo una vita esemplare; fedele sì ma si esprime con termini di schiavitù: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici" (v.29).

            Il figlio maggiore, che rappresenta gli scribi e i farisei che ringraziavano Dio "per non essere come gli altri", fa resistenza ad entrare nella casa per celebrare. Il padre, tuttavia, "allora uscì a pregarlo" (v.28). Uscì a cercare il maggiore così come era uscito per aspettare il minore. Il padre non rifiuta nemmeno questo figlio; lo invita, però, a superare la logica della retribuzione; a non interpretare la sua esistenza di figlio in chiave di remunerazione e di paga: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo" (v.31). Il padre della parabola si presenta sempre come colui che da tutto, senza misura, senza calcolo di nessun tipo. Essere padre significa condividere tutto con i propri figli. Egli, però, rispetta anche il figlio maggiore. Così come non obbligò il minore a non andarsene da casa, nemmeno obbliga il maggiore ad entrare e partecipare alla festa.

            Questa parabola racconta una storia universale, nella quale tutti possiamo riconoscerci e nella quale tutte le parole parlano della tenerezza e dell'immenso amore del Padre. Tutti siamo invitati a partecipare dell'amore del Padre: i lontani, tornando alla casa paterna e recuperando la gioia della vita autentica; gli orgogliosi e i soddisfatti di se stessi che giudicano gli altri, entrando nella casa per vivere la gioia dell'amore del Padre e rallegrandosi del perdono offerto gratuitamente a tutti. Non sappiamo se il figlio minore restò per sempre nella casa. Non sappiamo nemmeno se il maggiore si decise ad entrare e condividere la gioia del padre. Sono queste domande a cui ogni lettore del vangelo deve rispondere con la propria vita.