QUARTA DOMENICA

(Tempo Ordinario – Ciclo B)

 

 

Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano

 a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità»” (Mc 1,27)

 

Dt 18, 25-20

1Cor 7,32-35

Mc 1,21-28

 

Una delle esperienze più affascinati delle quali la Bibbia ci dà testimonianza è il profetismo. I profeti sono uomini di Dio, che sorgono soprattutto nelle grandi epoche di crisi e di transizione d’Israele; essi sanno leggere in profondità i segni dei tempi e, grazie alla loro particolare sintonia con Dio, possono animare la fede del popolo e annunziare nuovi cammini verso il futuro. La fede cristiana riconosce i profeti come i grandi uomini dello Spirito e della Parola. Ogni domenica, nell’assemblea eucaristica, in effetti, proclamiamo: “Credo nello Spirito santo che ha parlato per mezzo dei profeti”. Le letture bibliche di questa domenica girano intorno al tema del carisma profetico: l’antico Codice Deuteronomista delinea la figura del profeta ideale a somiglianza di Mosè (prima lettura); Paolo parla come un profeta, offrendo alla comunità di Corinto una luce e un senso nuovi rispetto al comportamento che deve assumere (seconda lettura); Marco dà testimonianza di Gesù, il profeta perfetto in quanto Egli è la Parola definitiva di Dio (vangelo).

 

La prima lettura (Dt 18, 25-20), tratta dal cosiddetto Codice Deuteronomista (Dt 12,1-26-15), offre una specie di definizione del profeta: “io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Dt 18,18). Il profeta è l’uomo della Parola. Dalla sua bocca scaturiscono le parole di Dio. Si potrebbe affermare che la parola profetica sorge dall’obbedienza alla missione di parlare che si riceve da parte di Dio. Il profeta non possiede nessun distintivo particolare, è uno che sta “in mezzo ai loro fratelli” (v.18), e neppure inizia il suo ministero con una celebrazione religiosa. Dio stesso suscita il profeta mediante la comunicazione della sua Parola. In questo modo il profeta si trasforma in un’istanza d’autorità che sta in cima a tutte le altre. Ascoltare il profeta è tanto normativo quanto ascoltare Dio: “Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto” (v.19). Il successo del profeta non consiste tanto nell’essere accolto o ascoltato dagli altri, ma nell’essere fedele alla chiamata di Dio che lo ha mandato a parlare: “Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire” (Dt 18,20).

La figura del profeta “pari a Mosè” (cfr. Dt 18,15) non solo rappresenta la fisionomia ideale dei profeti e del loro ministero, ma arrivò ad utilizzarsi per interpretare la figura del Messia, che veniva visto non come un re vittorioso o un sacerdote, ma come un messaggero di Dio, chiamato a proclamare la Parola e capace di rischiare addirittura la vita per la Parola. Al tempo di Gesù era molto diffusa questa idea del Messia come profeta di Dio. Si aspettava il ritorno di Elia (Mt 11,4) o di Geremia (Mt 16,4). Per questo i Giudei di Gerusalemme inviarono a Giovanni Battista una commissione di sacerdoti e leviti per domandargli “Sei Elia?… Sei tu il profeta?…” (Gv 1,21).

 

La seconda lettura (1Cor 7,32-35) è un pezzo della catechesi paolina sui differenti stati di vita nei quali il cristiano può vivere pienamente la sua fede nel Signore. Nel v. 24 di questo stesso capitolo della prima lettera ai Corinzi, Paolo offre la chiave per interpretare l’intero suo discorso: “ Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato”. La fede cristiana non entra in contraddizione né con il matrimonio né con la verginità. A Corinto alcuni esaltati pretendevano presentare la fede come una realtà antisociale, alimentata di fanatismo irrazionale. Per Paolo, nessuno stato di vita, considerato in se stesso, si identifica con la perfezione, che solamente può essere raggiunta per mezzo della carità. Per questo, così come precedentemente aveva valorizzato il matrimonio (vv. 1-6), ora esalta il valore della verginità, che ha il suo fondamento non in una considerazione negativa del corpo o del sesso, ma in quanto suppone una donazione piena e totale della persona al Regno di Dio e ai fratelli: “chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore ” (v.32), mentre “chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso” (vv. 33-34a). Il valore della verginità o celibato per il Regno non consiste nel semplice dato fisiologico, ma nella donazione completa ed universale che suppone e che permette. Il celibato per il Regno è autentico solo se è alimentato ed espresso attraverso un amore senza limiti né preferenze. Per questo esso è un segno escatologico che rivela la pienezza del Regno, dove “non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo ” (Mt 22,30).

 

Il vangelo (Mc 1,21-28) presenta l’inizio del ministero di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, immediatamente dopo la chiamata dei primi discepoli. Marco insiste soprattutto nella “qualità” della parola di Gesù. All’inizio e alla fine del testo si sottolinea la stessa tematica: “Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità (greco: exousia) e non come gli scribi” (v. 22); “Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità (greco: exousia” (v.27). Gesù insegna nella sinagoga. E precisamente lì, nel luogo dove ordinariamente veniva proclamata la parola della Legge in Israele, la sua parola risuona carica di novità e piena d’autorità. La parola do Gesù è parola autentica, che nasce dall’intimo del suo cuore e si esprime coerentemente nelle sue opere. Per questo causa meraviglia e stupore. Gesù ha dato dignità al valore della parola, che è autentica solo quando è vera e quando viene pronunziata per il bene dell’uomo. Per questo la sua parola è soprattutto la parola profetica piena, visto che Egli è la Parola definitiva di Dio; la sua novità e la sua autorità proviene dal fatto che Egli è il Figlio che rivela il mistero del Padre e del suo Regno. Come afferma Giovanni nell’ultimo versetto del prologo del suo vangelo: “ Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (greco: exegéomai)” (Gv 1,18). Gesù Profeta è l’autentico “esegeta” del Padre.

Per Marco, Gesù è il Messia Profeta che parla in forma sorprendente ed efficace. Per questo viene narrato l’episodio dell’uomo liberato dallo spirito immondo nella sinagoga di Cafarnao (Mc 1, 23-26). Gesù s’impone sulla realtà del male che tiene oppresso l’uomo. Con la sua parola potente, restituisce all’uomo la sua dignità, come una nuova creazione, evocando la parola potente del Signore che all’inizio s’impone sul caos originario, dando origine a tutto ciò che esiste (Gn 1, 1-3). La presentazione che Marco fa di Gesù come profeta efficace, portavoce autentico di Dio, non esaurisce completamente la cristologia del primo vangelo. Per Marco, Gesù lo si può riconoscere solamente sulla croce. Egli si rivela pienamente come Messia e Figlio di Dio nell’annullamento e nell’abbandono della croce. Si manifesta in tutto il suo potere messianico nella misura in cui è il più debole, rifiutando la violenza degli uomini e donandosi completamente nell’amore, fino al punto di morire come un condannato, poiché “Il Figlio dell`uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (10, 45). Per questo Gesù proclama la Parola e, al tempo stesso, impone il silenzio a chi pretende di rivelare la sua identità, manipolandola o travisandola. Allo spirito immondo che lo identifica come “il Santo di Dio”, Gesù risponde: “Taci!” (v. 25). L’autentica conoscenza di Gesù non scaturisce dalla fama dei suoi miracoli né ha il suo fondamento in fatti straordinari, ma è il frutto dell’accettazione umile dello scandalo della croce.

 

Gesù è il profeta che doveva venire. E’ il profeta per eccellenza. Nella sua parola e nelle sue opere. Con la sua parola annuncia il mistero di Dio come “vangelo”, come “buona notizia” per gli uomini, parlando con l’autorità del Figlio che vive in piena sintonia con il Padre; con le sue opere Gesù si rivela come il Messia che libera l’uomo da tutte le sue miserie e schiavitù; Egli è il profeta che ricostruisce la dignità originale della persona umana. Il messaggio biblico di questa domenica è doppio: da una parte ci ricorda che il rapporto del credente con Gesù è fondamentalmente una relazione di “ascolto”: per il cristiano, vivere significa ascoltare la parola di Gesù Profeta e porla in pratica; da un’altra parte, veniamo invitati a prendere coscienza dell’urgenza e della necessità del carisma profetico oggi: il cristiano è profeta per vocazione ed è chiamato con la sua parola e le sue opere a rivelare le vie di Dio e a condannare tutto ciò che si oppone al mistero del regno di vita proclamato da Gesù.