DOMENICA DELLE PAME

(Commento preparato da Fra Alessandro Vella, O.Carm.)

 


 

Il vangelo di questa domenica è costituito dal racconto della passione secondo Marco (14, 1 – 15, 47).  Dei quattro evangelisti Marco sembra essere quello che ci racconta con più oggettività i fatti crudi, la realtà sconcertante della morte di Gesù in croce.  Non che manchi di profondità teologica. Ma la sua teologia sta proprio nell’accorgere nello scandalo della croce la massima rivelazione di Gesù.  Marco cerca di farci accettare questo scandalo perché è solo in esso che Gesù rivela quello che è veramente: “il Figlio di Dio” (15, 39).  Non per niente qualcuno ha definito l’intero vangelo di Marco come una “apologia per la croce”.

Sin dall’inizio del suo vangelo Marco proclama Gesù, Messia (il Cristo) e Figlio di Dio (1, 1).  Tutto il vangelo è inteso a farci scoprire, insieme ai primi i discepoli, chi è Gesù di Nazaret. Gesù stesso rifiuta di dire chi egli sia e proibisce ai demoni di manifestare la sua identità (1, 25).  Pietro lo proclama Messia (8, 29), ma il suo concetto di Messia non corrisponde a ciò che Gesù è (8, 31-33).  E’ solo nell’ora suprema della sua passione che Gesù si dichiara apertamente Messia (14, 62), Figlio dell’Uomo e Re dei Giudei (15,2). Ormai non c’è più il pericolo di essere frainteso.  Nessuno penserà che si tratti di rivendicazioni di potere politico ora che lo vedono condannato alla morte di croce.  Infatti, è solo a questo momento, nel suo annientamento completo sulla croce, che Gesù può essere riconosciuto e proclamato per quello che veramente è: il Figlio di Dio (15, 39).

Il racconto inizia con l’intenzione dei sommi sacerdoti e degli scribi di “impadronirsi di Gesù con inganno per ucciderlo” (14, 1).  L’occasione propizia si presenta quando Giuda si reca da loro per consegnare loro Gesù (14, 10). Racchiusa tra queste due affermazioni, chiare dell’intenzione di togliere Gesù di mezzo, si trova la scena dell’unzione di Gesù da una donna durante una cena a Betania (14, 3-9).  Gesù è conscio di ciò che si sta tramando alle sue spalle e accoglie il gesto di questa donna come una anticipazione della sua sepoltura (14, 8).

Dopo che si compiono i necessari preparativi (14, 12-16), che fanno capire che Gesù va incontro a qualcosa che è stata preordinata e che egli conosce bene, Gesù si metta a tavola con i dodici per mangiare la pasqua (14, 17-25).  E’ significativo che Marco inquadri la scena, in cui Gesù si dà ai discepoli come pane spezzato e sangue sparso (14, 22-24), tra l’annunzio da parte di Gesù del tradimento di Giuda (14, 18-21) e quello del rinnegamento di Pietro (14, 27-31).  Il contrasto è palese.

La scena nel Getsemanì (14, 32-51), tutta centrata sulla tristezza e paura che Gesù prova davanti alla sua morte, si apre con il desiderio che Gesù sente della compagnia e del sostegno dei suoi discepoli più intimi (14, 33) e si conclude con l’abbandono di Gesù da parte di tutti (14, 50-51).  Gesù, completamente solo, dopo aver accettato di bere il calice presentatogli dal Padre (14, 36), va di propria volontà incontro al traditore (in greco la parola per traditore è un participio del verbo “consegnare”; quindi il traditore è colui che lo consegna, una parola densa di significato che si trova nove volte nel racconto).  Gesù è pienamente lucido; egli sa che “è venuta l’ora” (14, 41).

|La scena del processo davanti al sinedrio (14, 53.55-65) è messa in parallelismo con quella del rinnegamento di Pietro (14, 54.66-72).  Mentre Gesù dichiara – per l’unica volta in tutto il vangelo – che è il Messia, come lo aveva proclamato Pietro tempo addietro (8, 29), Pietro ora nega di essere suo discepolo perché per il momento non può accettare un Messia crocifisso (vedi 8, 31-33).  Dentro il sinedrio la dichiarazione di Gesù suscita scandalo e “tutti sentenziarono che era reo di morte” (14, 64).

Il processo romano (15, 1-15) è inquadrato dal verbo “consegnare”; il sinedrio consegna Gesù a Pilato (15, 1) e Pilato lo consegna perché fosse crocifisso (15, 15).  Durante questo processo Gesù si riconosce Re dei giudei (15, 2).  Questi, che non ha fatto niente di male (15, 14) viene contrastato con Barabba, ribelle e omicida (15, 7). Pilato vuole rilasciare Gesù, ma il popolo sceglie Barabba e chiede per il suo “re” la morte in croce (15, 11-14).  Prima di essere portato via per essere crocifisso, Gesù viene schernito dai soldati romani con una farsa appropriata all’accusa di essere il Re dei giudei (15, 16-20).

Nel racconto dell’esecuzione possiamo distinguere sei momenti successivi: il cammino verso il Golgota (15, 21-23), la crocifissione (15, 24-28), i dileggi (15, 29-32), la morte (15,33-37), le ripercussioni della morte di Gesù (15, 38-39), la presenza delle donne (15, 40-41).  I dileggi riprendono i due capi d’accusa mossi contro Gesù: che si è fatto Messia (processo giudaico) e Re dei giudei (processo romano). L’atmosfera nell’ora della morte è tesa.  Si fa buio (15, 33).  Gesù grida con voce forte, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (15, 34) e finalmente emette un altro forte grido e spira (15, 37).  A tutti sembra che le sue pretese sono ormai finite perché Dio non lo ha rivendicato salvandolo all’ultima ora (vedi 15, 35-36).  Ma il centurione, un pagano, “vistolo spirare in quel modo, disse, ‘Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!’” (15, 39). E’ la sconcertante logica di Dio che Paolo chiama “la follia della croce” (vedi 1 Cor 1, 18-25).

Il racconto della sepoltura (15, 42-47) indica la continuità tra morte e risurrezione.  Da una parte Marco parla della salma di Gesù (15, 45; in greco ptoma, spoglia mortale) per mettere in risalto la realtà della sua morte; dall’altra parla dell’attesa del regno di Dio (15, 43) e delle donne che stavano ad osservare dove veniva deposto (15, 47).  Sono le stesse donne che il mattino di Pasqua scopriranno la tomba vuota e riceveranno per prime l’annuncio della risurrezione (16, 1-6).